L’attivista vien di notte

Era la notte di un anonimo lunedì, non riuscivo a prendere sonno, avevo una energia tale da poter affrontare un’altra giornata senza chiudere occhio.

Cercavo di impormi di dormire senza apparenti risultati, gli uccelli cominciavano a cinguettare complicando non di poco la situazione. 

Sembra che, anno dopo anno, inizino sempre prima a ricordarci che dovremmo dormire, una volta me li ricordavo cinguettare solo dall’alba in poi.

Per cercare di addormentarmi solitamente inizio ad immaginare che c’è una spaventosa guerra in atto e che io, uno dei pochi fortunati, ho trovato un solido riparo dove potermi nascondere. 

È una cosa che mi calma, tremenda certo, ma mi calma.

Partendo dalla guerra subito mi è venuto spontaneo pensare a chi la guerra non la vuole e da qui, come un fulmine a ciel sereno mi si è parata al centro della testa la figura dell’attivista.

Li ho sempre osteggiati, non li ho mai capiti fino in fondo, non sono mai riuscito a fidarmi davvero di qualcuno che si professa attivista.

Perché mi chiedo, perché appena ne vedo uno mi infervorisco, ripeto tra me e me “dimmi qual è il tuo segreto, il tuo scheletro nell’armadio, raccontami quale orrenda vicenda tieni nascosta” 

Qual è il problema di fondo? Forse la percezione che sia considerato un mestiere, forse credere che ci guadagnino, che sia un guadagno relativamente facile e vorrei avere il coraggio di farlo anche io? 

I miei pensieri volgono subito sul conto in banca, una curiosità morbosa vuole conoscere il loro patrimonio, esclusivamente questo, poi le loro tanto amate battaglie passano in secondo piano. 

Me li immagino ricchi senza faticare nelle loro case ricolme di pianti e quadri astratti, sempre pulite, sempre impeccabili. 

Forse mi insospettisce quell’aurea di candore morale, quell’apparente rettitudine morale, la bontà ostentata a colpi di frasi retoriche e denunce globali. 

Vorrei solamente che mi dessero una piccola elargizione di cattiveria, di sana ipocrisia, non chiedo molto, solo un punto di contatto, un terreno comune che rifìduca le distanze. 

Me li immagino in talk show raffazzonati, poi sorridenti mentre pubblicizzano il loro libro e chiedono di andare al firma copie, poi ancora, che dispongono di un ufficio stampa..

Inizio ad agitarmi sempre di più, cambio più e più volte posizione, rifletto, rifletto e rifletto ancora senza ricordare che alle otto sarei dovuto stare fuori dal letto..

Li voglio vedere tutti smascherati, questo uro tra me e me, non so riguardo cosa ma li voglio vedere tutti smascherati.

All’improvviso mi calmo, penso alle volte che succede realmente, quando agli occhi di tutti appare la loro ipocrisia.

Tutto di un tratto si scopre che sono umani, proprio come tutti, quella rabbia, quel senso di nervosismo, lascia il posto alla delusione.

Io volevo osteggiarvi, volevo potercela avere con voi, non volevo dire assolutamente: “Ve lo avevo detto”.

Sono stato provato del mio sospetto, della mia indignazione, quella figura da me tanto combattuta cede il passo ad una semplice persona, non c’è più niente da contestargli, niente che valga la pena obiettare. 

Arrivato a quel punto, a quell’inutile punto, un senso di nostalgia mi pervade e, lentamente, anche quest’ultimo mi abbandona.

Mi mancano i giorni in cui vi ho odiato, in cui vi ho voluto bene. 

Mi addormento.