La Merdosa Confusione

“La bella confusione” è uno di quei titoli che avrebbero potuto entrare nella storia dei grandi titoli. Invece, Fellini ha deciso in ultimo di cambiare il nome a quella che sarà poi l’opera più completa del regista riminese (8 1/2).  È un titolo intrigante, curioso, irriverente, saggio, felice, furbo e soprattutto riflessivo. È un titolo che riesce a catturare pienamente l’inadeguatezza dell’artista, del suo processo creativo e, in finale, la nebbiosa accettazione di sé. Ma è anche un titolo che riguarda tutti in fin dei conti. Non pensate che Fellini avesse presunzioni artistiche: La bella confusione è un’esperienza universale, che ogni essere umano, prima o poi, attraversa.

Eppure, nella certezza di queste mie ultime parole, nasce un dubbio che mi porta immediatamente a una conclusione: la bellezza che caratterizza questa confusione è tale solo quando chi la vive si accorge di attraversare un momento particolarmente sbiadito della propria vita. Altrimenti, è una liquida e triste merda puzzolente, circondata da fazzoletti tempo.

Oggi, nel mio ennesimo tentativo abortito di partorire un pensiero, mi sono ritrovato in un piccolo ciclone di immagini sfocate. Tutto è iniziato con una masturbazione. Non la solita. O forse sì. Navigavo su un sito porno — uno di quelli con le ragazze in diretta — in cui c’è la possibilità di interagire tramite chat e mandare denaro sotto forma di crediti. Mi imbatto in una ragazza colombiana: trent’anni, forse meno. Non bella in senso canonico, non appariscente. Un corpo normale, forme modeste. Una voce sottile, incerta, quasi timida. Sembra vera, ma non troppo. Sembra viva, ma a tratti si spegne. Qualcuno in chat le chiede che cosa fa nella vita. Lei risponde che ha da poco finito la scuola privata. Un percorso inutile, sostiene. “Ti costringono a studiare tante cose e poi non te ne ricordi neanche una”, afferma, mentre il seno destro stenta a rimanere entro i confini di quelle sottili cuciture di poliestere. Poi, quasi liturgicamente, comincia a elencare le materie scolastiche che era ‘costretta’ a studiare: “Mi facevano fare un sacco di cose: matematica, biologia, scienze, geografia…” E lì, in quel momento, mi viene in mente una scena di Annie Hall di Woody Allen, in cui lui si chiede che fine abbiano fatto i suoi compagni delle elementari: uno è banchiere, uno è diventato eroinomane e una è diventata prostituta.

Mi fermo. Letteralmente. A metà tra il riso e la tristezza. Come il mio cazzo, sballottato tra l’eccitazione e la rassegnazione. Non mi masturbo più. Mi blocca qualcosa. Forse è l’idea di quella bambina che lei è stata. Quella che vedo — idealmente — con uno zaino sulle spalle, che entra svogliata in aula, si siede, sbadiglia, pensa ad altro. E se quella bambina potesse vedere la donna che è oggi, che cosa direbbe?
E se quella donna, mentre si muove sensualmente sotto una doccia in diretta porno, potesse incontrare l’adolescente che è stata, che cosa succederebbe? Non c’è giudizio, non c’è morale. Solo la domanda: che cosa resta della nostra infanzia nei gesti che compiamo da adulti? Mi domando, in fondo, se i bambini, qualora avessero la lucidità di sapere chi diventeranno, porterebbero più chiarezza nel mondo — o solo una nuova forma di smarrimento. In questa domanda forse trovo la risposta al mio dubbio sulla merdosa confusione di cui non parla Fellini. Quella che nasce da una ragazza mezza nuda in webcam, che racconta di quando studiava al liceo: tra le assenti ambizioni di sapere che cosa fare della propria vita e l’altrettanto assente consapevolezza di ciò che si è ormai diventati.